“Era la terra con i suoi segreti ciò che entrambi cercavamo e continuiamo ancora a cercare: voi, calpestandola, leggere, a piedi nudi, accarezzandola con il candore delle vostre vesti, abbracciandola con i vostri corpi agili e vigorosi, immergendovi in essa e riemergendo con le tracce del mistero sui visi; io, carpendo quei segreti dai vostri occhi e dalle vostre labbra per cercare di comunicarli a coloro che vogliono e sanno ascoltare, per dire loro che la terra è fonte di vita, è vita essa stessa, che la terra è di tutti…”
— Carlo G.
Ciao Sista e Camilla e ciao agli e alle argonauti tutti.
Sono passati alcuni giorni in cui ho continuato a canticchiare i canti di Camilla e a sentire i movimenti metamorfici del ritiro. Sono ritornata a casa stanchissima e con il collo molto dolorante ma felice e nutrita da un'esperienza completamente diversa da quanto conosciuto per me finora, che mi ha donato una valigia ricca di visioni, spunti, emozioni e nuove percezioni di me. Vi sono grata per l'accoglienza, ho subito sentito che esisteva uno spazio in cui la ricerca di ognuna di noi poteva vivere. Avere lavorato con persone giovani, alcune giovanissime, con una prospettiva di ricerca molto diversa dalla mia è stata un'occasione per sentire la vita, le sue tappe, i doni e i limiti, i nodi e le libertà. Un'intensivo di sperimentazione del confine (la soglia) che tiene insieme gli opposti, un continuo sentire che non esiste separazione ma solo una infinita possibilità di essere, di valori, di manifestazioni. Il lavoro che proponete è molto potente nel risvegliare il corpo che sogna e il corpo sonoro attraverso l'incarnazione di un mito che si è presentato a me come sconosciuto ed è diventato casa in pochissimo tempo. Mi sono resa conto di avere vissuto la vita di oggetti e fenomeni: la prua parlante, una vela, onda, pioggia, vento. Ho visto il cielo stellato sopra di noi e il mare calmo prima di salpare. Sono stata Era trascinata da Giasone, ho partecipato ai festeggiamenti ma più di tutto sono stata testimone o colei che assiste al disvelarsi del mito. Ho sempre saputo che non sarei partita sulla nave Argo e così è stato senza averlo preventivato. Le molte immagini che ho ricevuto le ho vissute con l'intensità di chi partecipa non c'è mai stata distanza. Vedere Giasone nascere e crescere insieme alle figlie di Chirone, riconoscere Atalanta, i fratelli alati, Giasone doppio (maschio-femmina, civile e selvatico, 2 lance e 2 vesti...un calzare), l'allenamento degli eroi e delle eroine, avere partecipato ai festeggiamenti, e provare gioia, paura, anche dolore, ma soprattutto molta fiducia e una sorta di invito alla benedizione.
Trovarmi adulta tra i/le giovani mi ha restituito tutti i passaggi fatti, le trasformazioni, mi ha riportato bambina, adolescente, giovane donna, madre e donna matura con i capelli grigi. Ho sentito il mio corpo ancora desideroso di esprimersi (e anche potente nel farlo) ma dentro un nuovo limite e insieme sentirmi intrepida nel cuore pronta a spingermi oltre quel clic, in cui certamente qualcosa si rompe ma altrettanto si spalanca a tutto quello che si muove fuori e dentro di me (grazie Lidia per il tuo lapis). Poi i ricordi di tutti sono con me, insieme alla soddisfazione di avere fatto un trekking avventuroso in Patagonia. Felice di avere iniziato così il 2026.
Un grande abbraccio, grazie di cuore
— Maria Carla | Gennaio 2026
Percorrevamo un sentiero, a tratti un tappeto dorato e morbido, un vello di foglie d'oro tra i roveti, sotto la volta degli alberi.
Ero con mio figlio novenne Davì e attraversavamo una valle creata da un piccolo corso d'acqua, il fosso di Tor Marancia: lo facciamo ogni mattina, in bicicletta, per andare a scuola. A un tratto Davì mi dice, serio ma senza enfasi: c'è un istrice morto. Mi fermo, mi giro e lo vedo. Lo guardiamo. Il corpo è già gonfio, ha perso le sue misure ma è ancora bellissimo; le forti zampe allungate, arrese alla morte. Il pelo nero lucido, tra cui nascono i lunghi aculei bianchi e neri. Nel fianco una zona di rosso scuro: una ferita che non sanguina più. Nel silenzio, si sente il sottile ronzio di qualche mosca. Ma sono ancora poche, si può ancora immaginare che sia una splendida e impressionante creatura addormentata. Vai, dice mio figlio, andiamo via. Che animale bello, dico io. Lui annuisce. E andiamo.
Al ritorno, sola, so che incontrerò di nuovo il corpo dell' istrice. Sento un'inquietudine e provo ad ascoltarla. L'inquietudine si trasforma in un desiderio: che il corpo dell' istrice non resti a imputridire lungo il sentiero, sotto gli sguardi delle persone che passano, accompagnando i loro cani. Che non venga neppure rimosso da qualche addetto comunale, infilato in un sacco di plastica e gettato tra i rifiuti. Che possa tornare alla terra.
Probabilmente, se non fossi stata di ritorno dal Sacro Fuoco, mi sarei fermata al desiderio, ma non avrei pensato di poter agire. Invece ho deciso di prendermi il tempo e di seguire l'impulso. Sono uscita dalla valle, ho cercato una ferramenta, ho comprato un paio di guanti da lavoro e sono tornata al bosco. Mi sono accertata che non passasse nessuno. Poi in un respiro, l'ho sollevato, era rigido, e l'ho spinto sotto i rovi. Come ho potuto, l'ho coperto di rovi secchi ed erba. Sono rimasta un po' lì, in silenzio, a qualche passo di distanza: un albero si ergeva sopra il roveto. Filtrava la luce tra l'edera pendente dai rami. Sono ripartita.
Grazie.
— Nora Tigges | Novembre 2025
O Thiasos TeatroNatura® si caratterizza per la proposta di spettacoli all’interno di paesaggi non urbanizzati ( riserve, parchi, campagne) ed è rivolta a esplorare la narrazione in ambienti alternativi ai tradizionali spazi degli edifici teatrali. (…) Esso mira a dimostrare come l’evento teatrale, attraverso le parole, il canto, la musica, le azioni, le suggestioni ambientali diventi, per lo spettatore, un’esperienza di partecipazione e di ascolto della storia che i luoghi stessi sono in grado di sprigionare e raccontare.
— Maia Borelli (introduzione al libro)
Cara Sista,
“Numa” mi è piaciuto moltissimo. Tu sei un caleidoscopio vivente e attraverso te si muovono e parlano gli esseri del mondo.Penso che tu non costruisci spettacoli, che è lo spettacolo delle cose che, in te, prende una forma comunicabile con le sue meraviglie e i suoi mostri. Penso che tu possieda la forza e la bellezza dei paesaggi e delle finestre. Ieri, poi, sapevi far ridere il pubblico. E il bello è che non porti al riso dissacrando ma, esattamente al contrario, sacralizzando.
Ho trovato particolarmente potenti la scena in cui compaiono i due demoni dell’Aventino (anche, a momenti, molto divertente), il duetto di Giano e la Ninfa (eccezionale sensazione fisica della gioia resa con la “pipì”), la lupa che comincia ad allattare (altra sensazione fisica che lo spettatore arriva a provare in prima persona; e te lo dice uno sprovvisto del seno), il gregge coi suoi campanacci con la mescolanza dei belati delle pecore e dei gemelli (miracolo delle scena: il palco si era riempito di groppe, di musi e di zoccoli), l’apparizione musicata di Giove, Saturno nella barca, i lupercali raccontati come vanno raccontati cioè dentro la dimensione dell’istinto irrefrenabile; e chi ti guarda e ti ascolta si dice “eccoci”, “siamo noi”, “sono io”, “ è la verità delle cose”…Ma, insomma, non voglio farla troppo lunga, né penso di averti detto cose per te nuove. Volevo semplicemente e sinceramente ringraziarti.
— Roberto Sandrucci
Ci siamo incontrati cercando i segreti della terra
Tanti anni fa – quasi vent’anni – le nostre strade si sono incrociate e ci siamo incontrati: senza saperlo eravamo alla ricerca della stessa cosa. Quel giorno nel mio diario immaginario ho scritto: “oggi sono venute da me Sista e Francesca; mi hanno raccontato di un teatro fantastico, di un teatro che nasce dalla terra, del teatro natura: vorrei che il teatro natura divenisse il teatro del mio parco dei Sibillini, del mio parco d’Abruzzo, di tutti i parchi”.
Era la terra con i suoi segreti ciò che entrambi cercavamo e continuiamo ancora a cercare: voi, calpestandola, leggere, a piedi nudi, accarezzandola con il candore delle vostre vesti, abbracciandola con i vostri corpi agili e vigorosi, immergendovi in essa e riemergendo con le tracce del mistero sui visi; io, carpendo quei segreti dai vostri occhi e dalle vostre labbra per cercare di comunicarli a coloro che vogliono e sanno ascoltare, per dire loro che la terra è fonte di vita, è vita essa stessa, che la terra è di tutti.
La terra vi ha insegnato storie, vi ha ispirato musiche, vi ha suggerito danze, nel segno di un passato che fate rivivere nel presente; a me ha mostrato la sua sofferenza per le aggressioni del presente e per i rischi gravissimi che il futuro prospetta. Questa sofferenza non posso rinchiuderla dentro di me: vi chiedo di gridare insieme il più forte possibile che queste aggressioni cessino perché altrimenti la terra morirà e noi moriremo con essa. Il vostro grido sarà più forte perché verrà dalla terra, da quella fisicità che è la vostra straordinaria esperienza.
La terra è di tutti, è bene comune: il bene comune non comporta dominio né possesso, include e non esclude, tutti possono accedervi. Ma, come la storia dimostra, alla terra è stata negata la sua vera natura e questa negazione è sempre legata a un atto di violenza originaria: il fratricidio compiuto da Romolo, le conquiste coloniali, le enclosures, le usurpazioni, oggi il land grabbing. Per seppellire la memoria della violenza a noi hanno insegnato a concepire la terra in termini di appartenenza; proprio con riferimento alla terra il pensiero moderno ha elaborato la concezione della proprietà piena ed esclusiva. Così oggi, in nome della proprietà, la terra viene aggredita, violentata: dall’urbanizzazione, dalla cementificazione, dall’impiego della chimica, da un abbandono che genera degrado e distruzione.
Ma la terra è natura, è paesaggio. Come può la terra - la madre terra - diventare oggetto di conquista, di proprietà esclusiva ed escludente? Come può la sua fecondità costituire un bene appropriabile? come si può, in nome della proprietà, escludere gli altri dal rapporto con essa, da quel rapporto intimo che voi sapete così profondamente interpretare?
Per rispondere a questi interrogativi voi indicate una strada: il vostro teatro dimostra che nessuno può impedirci di camminare insieme a voi per prati e per boschi, di inseguirvi, rapiti dal suono delle vostre voci, affascinati dalla luminosità delle vostre figure, attratti dal mistero che voi intuite e che ci fate intuire.
Il mio augurio è che, proseguendo per la strada che vent'anni fa avete intrapreso, siate eco dell'urlo della terra violata, diate forza a chi lotta per la sua salvezza.
La viola di Camilla - musica e fiore, arte e natura – si innesta nella terra e unisce passato e futuro, nostalgie e sofferenze, il godimento del bello e la responsabilità di un impegno assoluto. E’ metafora del percorso che ci accomuna: voi, che traete dall'humus della terra la vostra ispirazione; me, che in quell'humus cerco, a volte disperatamente, il senso della mia ricerca.
Dolci sono le note della viola, dolci i suoi colori: Camilla è consapevole, voi tutte siete consapevoli che questa dolcezza si unisce a una forza indomita. E' la forza che serve per assolvere a quell'impegno.
Ma la viola è anche speranza perché si diffonde con i suoi suoni e con i suoi colori e, diffondendosi, ci offre il messaggio: è possibile vincere la violenza originaria, rompere le barriere, superare i confini; esistono beni a cui tutti possiamo accedere; la terra – questa terra che genera - è bene comune.
— Carlo Alberto Graziani | Fiesole, 25 novembre 2011
